Vangelo di MARCO: Guarigione del cieco Bartimeo


Mentre il primo miracolo del cieco avviene dopo il
fatto dei pani, quest’altro avviene dopo gli annunci della passione, dopo la Trasfigurazione sul Tabor, dopo la professione di Pietro: Tu sei il Cristo.

Il cieco Bartimeo si trova a Gerico, una città in certo senso contrapposta a
Gerusalemme. Luca colloca una delle sue parabole più belle – quella del buon
samaritano – proprio sulla strada che separa Gerico da Gerusalemme. Gerico è una città
verdeggiante dentro la pianura di Izre’el e rappresenta un passaggio obbligato per chi sale alla città santa, che si trova invece arroccata sopra il monte di Sion.
L’ubicazione delle due città favorisce la trasposizione simbolica: là, nella
valle, le attrattive della carne, qui, sopra il monte Sion, le esigenze forti
dello spirito
. A differenza dell’altro cieco anonimo, quest’uomo ha un nome si chiama Bartimeo che in aramaico significa, come
anche Marco spiega, figlio di Timeo.

E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico
insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco,
sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno,
cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti
lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide,
abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono
il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il
mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che
io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù
gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e
prese a seguirlo per la strada
(Mc
10, 46-52).

Il figlio di Timeo sulla strada di Gerico grida aiuto al figlio di Davide
che sale verso Gerusalemme. L’immagine è suggestiva: è l’immagine dell’umanità smarrita che anela alla sua pienezza, alla sua salvezza.

Gridare in quel modo, quelle parole, nell’imminenza della Pasqua, nell’immediate
vicinanze della capitale dove il conflitto tra ebrei osservanti e usurpatori
romani si faceva più intenso, più drammatico, era una provocazione. Tutti allora si sentono in dovere di richiamare il cieco al silenzio. Tutti tranne Cristo.

Il cieco si deve calmare. Deve tacere.

Cristo però non è dello stesso avviso. Egli, solitamente restio a farsi
conoscere, sembra qui dare via libera alla rivelazione della sua identità,
sembra anzi sottolineare la verità delle parole del cieco: sì, egli è il figlio
di Davide. Il titolo indicava Salomone, venerato dalla tradizione
giudaica come taumaturgo ed esorcista, ed era applicato anche al Messia, che si
sarebbe manifestato quale taumaturgo per eccellenza.

Ci troviamo ancora una volta di fronte a una guarigione densa di rimandi simbolici. Il cieco chiama Cristo col titolo di Nazareno, rimandando il lettore alle prime pagine del
Vangelo. Marco, in tal modo, mette in guardia il catecumeno: qui si riconosce il vero
discepolo, colui che veramente ha risposto alla chiamata del Nazareno.
L’ora, ormai vicina, della rivelazione dell’identità di Gesù è anche l’ora
della verità circa l’identità del discepolo. Gesù, infatti, pone al cieco una
domanda: «che cosa vuoi che io ti faccia?». È la stessa domanda che Gesù rivolge ai
due figli di Zebedeo quando chiesero di sedere uno alla sua destra e una alla
sua sinistra. È una domanda tesa a comprendere quale figlio di Davide si stia cercando, quale tipo di Messia stia cercando il discepolo che ha seguito il cammino di Marco fin qui.
È, in fondo, la domanda a cui tutto il Vangelo di Marco risponde.

Lo scandalo suscitato dall’invocazione figlio di Davide abbia pietà di me, la dice lunga sul senso che Israele dava a questo titolo. Il Messia, il figlio di Davide, era pensato come un uomo di potere, come Colui che avrebbe ristabilito, in senso strettamente politico oltre che spirituale, il Regno di Davide.

Il cieco, che per andare verso Gesù aveva gettato via il mantello, risponde dandogli il titolo di Rabbunì, forma superlativa di Rabbì, un titolo solenne che l’ebreo
dava a Dio stesso, Maestro per eccellenza. Il mantello è simbolo della vita
della persona che lo indossa, tanto che, in caso di debito, la legge proibiva
di tenerlo in pegno. Il cieco, gettando via il mantello, gettando via cioè la
sua vita, la sua mentalità, dimostrava di accogliere pienamente la novità della
Parola e della proposta di Gesù. Egli lo riconosce nella sua identità
più profonda di Signore. Non a caso il titolo di Rabbunì
compare anche nel Vangelo di Giovanni sulle labbra della Maddalena mentre,
chiamata per nome, riconosce il Risorto.

Proprio perché ultima tappa, e tappa obbligatoria prima di accedere ai luoghi
santi di Gerusalemme, Gerico era spesso gremita di poveri, storpi e malati. I
giudei osservanti si sentivano obbligati, infatti, a praticare l’elemosina in
prossimità della Pasqua e pertanto ciechi e medicanti, come il nostro Bartimeo,
solevano accovacciarsi lungo la strada nella speranza che qualche pellegrino li
beneficasse.

Qui, Gesù, diversamente dall’episodio del cieco di Betsaida, non tocca il malato, non compie alcun gesto significativo. Di scena è la sola parola: Va’ la tua fede ti ha salvato. Egli ora ci vede non per la potenza di un gesto taumaturgico, ma per la forza della Parola.

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